Perché il rapporto tra la fiscalità interna e quella estera è parte integrante di un processo di internazionalizzazione.

Da anni ci sono paesi come gli Emirati Arabi Uniti che sono percepiti come un paradiso fiscale a cui approdare per sfuggire a quella che è ritenuta la rapacità del fisco nostrano.

Sicuramente gli Emirati Arabi Uniti (come per altro altri paesi, talvolta anche intra UE) vantano un trattamento fiscale invidiabile rispetto all’Italia, ed hanno servizi che onestamente non possono essere ritenuti inferiori a quelli italiani, e infrastrutture anche superiori. Certamente la ridotta popolazione ed una superficie del paese contenuta agevola conseguire tali risultati.

Tuttavia, è importante pianificare correttamente l’approccio a tali tipi di realtà per evitare contraccolpi (taluni le chiamerebbero: ritorsioni) di tipo fiscale in patria. Quindi un esame attento e soprattutto intellettualmente onesto dell’attività che si vuole andare a svolgere in tali aree è doveroso, perché l’imprenditore può anche assumersi dei rischi (anzi è nella natura stessa di fare impresa l’assunzione di rischi, compresi quelli legati all’interpretazione ed applicazione delle norme di natura fiscale), ma ciò deve essere fatto in modo consapevole. Quindi il primo invito è quello di fare riferimento a professionisti esperti di fiscalità cross border, di non farsi incantare da sirene che pontificano situazioni prive di rischi ed assenza di oneri o di investimenti.

Per comprendere meglio il senso di quello che si vuole rappresentare è necessario ricordare come l’andamento della globalizzazione sia progressivamente mutato in questi ultimi anni con: (i) il riaffacciarsi di spiriti nazionalistici, (ii) la ricomparsa di dazi doganali, (iii) la creazione di ulteriori barriere non dogali (ovvero la richiesta di particolari certificazioni o di requisiti specifici dei prodotti da importare/esportare), (iv) il crescere dei costi di produzione dei paesi in via di sviluppo, come la Cina (sia in termini di salari, che di oneri indiritti per la protezione dell’ambiente e dei lavoratori), etc.

Molte di queste manovre sono state realizzate dagli stati più ricchi per proteggere la loro economia interna ovviamente a discapito dei paesi in via di sviluppo. Per contro questi ultimi hanno adottato a loro volta strumenti protezionistici diretti od indiretti ed incentivato lo sviluppo del proprio mercato interno (si pensi, per esempio, al blocco delle importazioni da parte della Cina dei rifiuti dai paesi più ricchi, per produrre materia prima seconda). Il tutto potrebbe avere generato a livello macroeconomico quello che è definito un gioco a somma zero, ma per le singole imprese tali operazioni hanno avuto implicazioni importanti sul proprio core business.

Infatti, abbiamo assistito da un lato ad un reshoring di alcune specifiche attività (cioè il riportare in patria le attività che erano state delocalizzate per meri vantaggi legati ai ridotti costi di produzione all’estero), e dall’altro la necessità di rivedere ciò che si intende comunemente come attività di internazionalizzazione.

Oggi, proprio per questa situazione, l’attività di export, che è la base delle attività di internazionalizzazione, pur rappresentando uno dei principali pilastri dell’economia nazionale, forse non è più l’attività maggiormente remunerativa delle PMI Italiane. Resta indubbiamente il punto di partenza, ma una impresa con reale vocazione internazionale deve necessariamente prendere in considerazione l’ipotesi di impiantare una parte della propria attività all’estero per seguire i suoi mercati. Questo perché è più semplice commercializzare come soggetto locale piuttosto che come “straniero”, si abbattono i costi relativi ai dazi, i costi di trasporto, i tempi del delivery, si instaurano legami maggiormente solidi con i propri fornitori e clienti dei mercati di esteri di riferimento, non si è assoggettati a ritenute alla fonte (withholding taxes).

Ecco quindi, che sorge la necessità di analizzare anche la componente fiscale transnazionale dello sviluppo del proprio business model.

Nel caso degli Emirati Arabi Uniti, che per loro collocazione geografica e vocazione infrastrutturale sono a tutti gli effetti una piattaforma logistica globale, è essenziale valutare compiutamente la strutturazione di una unità locale dotata delle necessarie autonomie funzionali per garantirsi un corretto place of effective management. Attenzione, non si tratta di un concetto applicabile esclusivamente ad una entità giuridica di proprietà italiana collocata negli UAE, è un concetto fiscale che si applica a tutte quelle situazioni in cui non vi sia una indipendenza dell’unità estera, a prescindere che questa sia collocata o meno in un paese a fiscalità privilegiata.

Spesso si dimentica che la fiscalità di uno stato è l’esercizio della propria potestà sui propri residenti fiscali, e che per uno stato è del tutto irrilevante che il contribuente paghi imposte all’estero su quanto ivi produce, salvo che non sussistano accordi convenzionali con tali paesi e non ricorrano specifiche condizioni. In assenza di queste due fattispecie lo Stato ha il legittimo diritto di esercitare la sua imposizione fiscale sui redditi anche realizzati all’estero, in particolare quando il place of effective management è riconducibile al territorio italiano.

La creazione di una realtà all’estero implica però anche la necessità di instituire e formalizzare delle policy aziendali chiare per quanto attengono quelli che sono i c.d. costi di trasferimento, per definire quanto e come dell’utile che si realizza lungo l’intera catena del valore attraverso la società Italiana e quella estera deve essere ripartito tra i due stati dove le due società sono residenti. Si tratta di quello che è noto come Transfer Price, anche in questo caso è necessario il supporto di un professionista competente in materia per poter realizzare un documento che i requisiti necessari per poter essere validamente opposto in sede di verifica fiscale.

Pertanto oltre alle ordinarie tematiche che l’azienda deve affrontare quando va all’estero, in termini per esempio di regole di fatturazione (si pensi ad uno straniero che viene in Italia e si deve confrontare con la fattura elettronica, che al mondo è utilizzata da pochi paesi; o con la PEC che è un fenomeno solo Italiano), di IVA locale o di bilancio. È necessario che venga preso atto in modo consapevole quali altre attività dovrà sviluppare per poter beneficiare legittimamente con la propria società estera dei benefici fiscali propri di quei paesi dove si andrà ad insediare.

Ovviamente si tratta di un processo da pianificare, non sarà necessario attuarlo integralmente sin dall’inizio, ma potrà essere implementato mano a mano che l’azienda trova conferma della bontà dell’iniziativa di internazionalizzazione. Infatti, in fase di startup, quando vi sono solo costi e pochi ricavi diviene di secondaria importanza se vi è una attrazione del reddito (che non vi sarebbe) da parte del fisco italiano, ma indubbiamente la situazione cambia con il crescere del business all’estero e quindi va gestita.

In effetti la questione più importante è la gestione proattiva e progressiva, anche sotto il profilo fiscale, di un processo di internazionalizzazione, anche perché le regole come ben sappiamo non sono immutabili e ciò che era corretto od efficiente come struttura societaria/fiscale in un dato momento, a distanza di tempo può non esserlo più. Anche in tal caso il supporto di una struttura professionale che possa valutare periodicamente la correttezza di talune scelte organizzative ed anche di business model è essenziale per una gestione proficua della propria attività internazionale.

Liban Ahmed Mohamed Varetti

Founding Partner

EXTERO ITALIA Advisory & Consulting

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